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VINO, ARTE e LETTERATURA:
***DISATTIVATO***
DAL VERDICCHIO ALLA MALVASIA
DI GIUSEPPE STRABIOLI
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(Viaggio antico dall’Adriatico al Tirreno, dall’est all’ovest)
Non capiva il perché di quei tuoni. Il cielo era sereno; non una nuvola. Il sole stava lentamente raggiungendo il mare nel quale si sarebbe immerso da lì a poco. Antonio era stanco; quello era stato l’ultimo giorno di vendemmia nelle vigne del Principe Pallavicini. Dalle cantine il profumo del mosto aveva saturato l’aria. Si poteva camminare per le strade e distinguere il profumo della Malvasia da quello dell’Aleatico. Quella vendemmia del 1870 sarebbe rimasta memorabile a Colonna. E non solo perché tutte le botti di tutte le cantine furono riempite. Guardava lontano Antonio, godendosi quel profumo e quella leggera brezza di fine settembre che proveniva dal mare. Guardava ad ovest, e lo poteva distinguere bene, il mare: la Pasolina, la Torre, poi, in lontananza, le case di Roma, infine la striscia argentea del Tirreno. Nel silenzio poteva sentire il mosto che bolliva nelle botti. L’unico disturbo erano quegli inspiegabili tuoni e le martellate di Serafino, il calzolaio, che rimbombavano nel muro stretto del Vicolaccio. Sarà stata la stanchezza e quel profumo inebriante del mosto, oppure quella vista del sole che calava nel mare; saranno state le martellate del suo amico Serafino, improvvisamente i suoi occhi si velarono di nostalgia e i suoi pensieri corsero verso est. Gli balenarono i ricordi come lampi, sempre più frequenti, sempre più intensi. Riaffiorarono tutte le sensazioni e le angosce di quella mattina di giugno di molti anni prima. Avevano tutto ben legato, accatastato con cura sul selciato, in ordine, pronto per essere velocemente caricato sul carretto. Non era molto ma era tutto ciò che avevano: due paia di scarpe di ricambio, qualche vestito, pochi utensili. Gioconda aveva sistemato in un fagotto qualche pentolino di rame e, all’interno, avvolto in un panno di tela, un po’ di pane e formaggio e una bottiglia di vino; cibo che sarebbe servito durante il viaggio. Stava spuntando il sole, dal mare. Ne percepivano bene i riflessi guardando ad est, dove l’Esino scorreva più lento e si apriva il suo varco fra le colline. Di lì a poco avrebbero udito il cigolio del carretto di Serafino. Seduti sul muretto, in silenzio, nell’atmosfera ovattata di quella mattina di giugno, osservavano i gradini, gli stipiti delle porte, i particolari delle gronde, le persiane ancora tutte chiuse. C’erano nati a Rosora; quelle case c’erano da sempre, ma quella mattina le vedevavo come non le avevano mai viste. Particolari insignificanti che non avevano mai notato. Quasi che i loro occhi cercassero di immagazzinare tutto il possibile, presagendo di non poter più rivedere quei muri, quei portoni davanti ai quali erano cresciuti, avevano giocato e lottato, davanti ai quali si davano gli appuntamenti prima di scendere nelle vigne e davanti ai quali si ritrovavano la sera, per raccontarsi le cose che già si erano detti cento volte. Serafino e Giovanni li scossero dai loro pensieri: “ Forza Antò, che dobbiamo passare la Gola della Rossa prima che il sole sia alto.” Non parlarono. Caricarono tutto sul carretto. Ordinatamente sistemarono le loro cose insieme a quelle di Serafino. Li aiutò Giovanni che ormai era un giovanotto. Il piccolo Modesto dormiva accovacciato fra i fagotti: non si accorse di niente. Gioconda sedette nella parte posteriore del carretto; gambe a penzoloni. Non fiatarono; per un attimo incrociarono i loro occhi ma non indugiarono con lo sguardo: avevano lo stesso stato d’animo, la stessa nostalgia, l’identica voglia di piangere. E lo avrebbero fatto volentieri. Lui non volle salire subito, preferì seguire a piedi; disse che, tanto, fino agli Angeli era discesa e gli piaceva battere i piedi ancora una volta su quei sentieri; voleva mantenere il più possibile il contatto fisico con la sua terra. Mai viaggio insieme era stato più silenzioso. Erano giovani e si conoscevano da sempre. Serafino era più grande; era nato a Castiglioni ma abitava a Rosora da quando il padre aveva preso a mezzadria le vigne di Verdicchio del Tassanare. Per Antonio era sempre stato un punto di riferimento, come un fratello maggiore, da quando, bambino, gli aveva insegnato a prendere i granchi neri da fiume, giù, al fosso delle Macinare. Erano campioni. Nessuno a Rosora riusciva a batterli. Il carretto costeggiava il fiume; controcorrente. Il sole cominciava a scaldare la sua schiena e quella di Serafino e costringeva Gioconda a strizzare gli occhi voltandosi dalla parte opposta. “Salta su Antò. Adesso è salita.” Lo fece controvoglia, ma prima si voltò, continuando per un po’ a camminare all’indietro, come i granchi neri del fosso delle Macinare. Il sole basso ad est lo infastidiva ma continuò a guardare quel gruppo di case sulla collina. Intravedeva il profilo della Chiesa ed il suo sguardo corse al tetto sotto il campanile. Sapeva con certezza ciò che in quello stesso momento stava avvenendo in quella casa. Giuseppe e Maria in piedi, incollati al vetro della finestra guardavano verso ovest, nella valle, cercando di non perdere di vista quel piccolo grappolo di persone trainato da un asino. Insonnolito David, a piedi scalzi, anche lui davanti alla finestra, anche lui con lo sguardo ad ovest, chiese: “Torneranno?” . Giuseppe posò delicatamente il suo braccio sulle spalle di Maria e la strinse finché quel puntino non fu inghiottito dai boschi. Voleva bene a Giuseppe e Maria, erano i suoi genitori, anche dopo che gli dovettero dire che non era figlio loro e che Settimio, Albina e David non erano suoi fratelli. Capì finalmente il significato di quella parola attaccata al suo nome, sul librone della Chiesa : Antonio “spurio” . La prima volta la sentì molti anni prima, in canonica, mentre si infilava la cotta da chierichetto. Sentì Don Venanzo, il Pievano, che parlando ad alcune donne, fra le quali Maria, le ringraziava per essere diventate madri di quei figli “spuri”. Tanti erano, a quei tempi, i figli della miseria e della malaria. Allora non capì bene il senso del discorso, ma percepì che Don Venanzo parlava anche di lui. Fu grato a Giuseppe e Maria che non gli fecero mai intuire la differenza. Né Settimio ed Albina che pur sapevano, mai lo trattarono diversamente da David. E mai pronunciarono quella parola. Salì sul carretto accanto a Gioconda, facendo in modo di non svegliare Modesto che continuava a dormire tranquillo. Giovanni, irrequieto, sedeva a cassetta, accanto al padre; era orgoglioso di quella posizione. Con un ramo si era fatto un frustino e fantasticava situazioni immaginarie. Vittoria li aveva lasciati l’anno prima, portata via dal tifo; Serafino non se ne capacitava e non riusciva più a starci in quella casa; andare a Roma lo avrebbe aiutato a dimenticare. Solo da qualche tempo si poteva passare la Gola della Rossa con un po’ di tranquillità. Era merito del Papa Marchigiano. Aveva fatto posizionare postazioni di Papalini e Zampitti nei punti dove erano soliti “saltar fora” i briganti. Prima, quando Monsignor Mastai Ferretti era ancora Cardinale, era quasi impossibile transitare senza essere derubati. Lo sapevano bene gli stagionali di Rosora che dopo mesi di sudore nei campi romani tornavano a casa in autunno con quei quattro baiocchi a fatica guadagnati. Settimio aveva fatto sapere che ormai la strada era sicura. Che il loro Papa la teneva protetta perché voleva che la sua gente lo andasse a sentire a San Pietro quando era festa. Avevano comunque in tasca il coltello a serramanico: lama affilata, punta arrotondata, con un risalto indietro; buono per tutto: per innestare il Verdicchio, per tagliare il pane, per tirar via i “razzi” dai rovi, per potare. E per i briganti. Lo usarono solo per il pane; tutto andò bene. Settimio aveva ragione. La strada che da Ancona portava a Roma era veramente più sicura. Papalini, Zampitti e Caccialepri nei punti più pericolosi: fermavano tutti; guardavano, aprivano i fagotti, chiedevano da dove si veniva e dove si andava, ma davano tranquillità. Merito suo: del Papa Marchigiano. Settimio li aspettava. Si era procurato di farli informare di tutto: la strada che dovevano seguire; i punti dove era meglio che si fermassero a dormire e, una volta vicino a Roma, come potevano riconoscere Colonna e a chi si dovevano rivolgere. Ce l’avevano fatta. Settimio aveva trovato loro un alloggio a Via della Chiesa Vecchia e un lavoro a giornata nelle vigne del Principe Pallavicini. Si sarebbero dovuti arrangiare per i primi tempi, ma li aveva convinti che i Colonnesi li avrebbero accolti bene. Di lavoro ce n’era per tutti e poi, erano già in parecchi quelli di Rosora che si erano sistemati. Serafino avrebbe continuato a fare il calzolaio, a Colonna ce n’era bisogno. Un altro boato disturbò i pensieri di Antonio. Stavolta vide anche grosse nubi di fumo; non potevano essere fuochi, non era tempo di stoppie. Intanto il sole aveva toccato il mare. Accennò un sorriso di soddisfazione pensando che, in fondo, anche lui aveva fatto lo stesso percorso del sole. L’idea lo inorgoglì. Come il sole anche lui era nato ad est, e come il sole avrebbe finito il suo viaggio ad ovest. In fondo, pensò, non aveva trovato differenza tra le colline dei Castelli di Iesi e quelle dei Castelli Romani. Stessi paesaggi, stessa gente, stesse vigne, e la terra dura ugualmente, stesso sudore. Un’unica differenza: il sole tramontava sul mare, ma la nostalgia era la stessa di quell’alba di tanti anni prima, quando, per l’ultima volta poté vedere il sole uscire dal mare. Pensò a Rosora, a Giuseppe e Maria che nel frattempo se ne erano andati. Era rimasto David con loro ed era stato lui a tenerli per mano fino alla fine. Non li aveva più rivisti. Aveva avuto loro notizie dagli stagionali che tornavano. Agli stagionali aveva affidato le sue. Lui non era più tornato. I figli erano tutti nati a Colonna e Colonna era adesso il suo paese. Ancora un boato ed un altro ancora e ancora tuoni e tanto fumo all’orizzonte. Solo qualche giorno dopo gli fu chiaro il significato di quei tuoni. Gli raccontarono tutto quando, per la prima ed unica volta in vita sua, lo chiamarono per votare. Lui, Serafino e gli altri non sapevano né leggere né scrivere. Sapevano zappare, vangare, potare, mietere, torchiare, svinare, arare, scassare, innestare la Malvasia, ma non sapevano scrivere. Avevano sempre visto gli altri andare a votare. Sapevano che era una cosa importante, ma non sapevano scrivere. Quel secondo giorno di ottobre del ‘70, però, chiamarono anche loro. Tofanelli spiegò che era semplice. Bisognava solo fare la croce sopra un “SI” o sopra un “NO” come risposta ad una domanda che lesse: “Vuoi l’unione al Regno d’Italia sotto il Governo Monarchico Costituzionale del Re Vittorio Emanuele II Re d’Italia?” . Ad Antonio sembrò giusto fare la croce sul “SI” come, del resto sembrò giusto anche a Serafino e agli altri. Tofanelli spiegò che quelli che avevano sentito qualche giorno prima non erano stati tuoni. Erano state le cannonate dei Bersaglieri. Lo avevano fatto per unire l’Italia, per far diventare Roma la Capitale dell’Italia Unita. Gli venne in mente quella scena di tanti anni prima, quando Venanzio e Venerando con la camicia rossa e il fucile a tracolla, salutati dalle madri piangenti e da mezzo paese, se ne andarono con Garibaldi a “liberare Roma”, dicevano. “Ma a liberarla da chi?” aveva pensato, “A Roma c’è il Papa. Il Papa Marchigiano! Uno dei nostri!”. Antonio rientrò a casa, a Via della Chiesa Vecchia. Aveva una strana sensazione. Guardò ancora verso ovest, oltre la Pasolina, oltre i vigneti e gli uliveti. Era confuso. Non riuscì a cenare. Quella sera se ne andò a dormire più presto del solito. E non dormì bene; gli rimaneva nella testa quel sottile pensiero amaro che gli inquinava la soddisfazione di aver partecipato ad un evento importante, di aver contribuito, nel suo piccolo, con la sua croce di analfabeta, ad una cosa grande. Che bisogno c’era delle cannonate? Al Papa poi!! Al suo Papa Marchigiano.
(Libera interpretazione di frammenti documentali tratti dall’Archivio Storico del Comune di Colonna, anni 1853-1871)
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